Caro direttore,
scrivo con la mano che trema e la tasca vuota. Ho iniziato a fare il tipster per arrotondare lo stipendio, una piccola “figura” dietro lo schermo, pronostici, quote, quel gusto di sentirsi furbo. Poi qualcosa è scattato e il gioco non è più stato il lavoro, ma il padrone. Ora scommetto su qualsiasi cosa: lotta tra galli, corse di conigli, partite a bocce, campionato di schiaffi, virtuali sul campionato indonesiano... Sono diventato il mio peggiore nemico, il banco alla mia stessa vita.
Chiedo umilmente: come si fa a guarire? Come si spegne il cervello che trasforma ogni minima cosa in un mercato di scommesse?
Gabriele Z., Latina
IL DIRETTORE RISPONDE
Gentile lettore,
la tua lettera mette nero su bianco quello che molti nascondono sotto il “tanto per divertirsi”: la ludopatia non è hobby, è malattia. La buona notizia è che guarire è possibile, ma solo se ammetti di essere malato.
Per sua stessa ammissione, il direttore qui è uno che al tavolo ci va spesso, quindi parte col suo peccaminoso manifesto: “Chi non risica non rosica”, citando il vecchio Flip Wilson: “Non puoi pretendere di vincere il jackpot se non metti qualche monetina nella macchina.” Confessa senza vergogna che anche lui è un giocatore, con un’ammirazione quasi teatrale per i grandi ludopatici di cinema e TV, da Pupo a Katia Ricciarelli, icone di un’Italia che ha scommesso non solo sulle slot, ma sull’attenzione globale.
Ma se il gioco è diventato un incubo, allora il direttore suggerisce: trova un altro vizio. Il fumo, l'alcool, perché no, la Droga.
Fammi sapere come va.
Il Direttore
